bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

domenica 21 gennaio 2018

museo dell'innocenza

“Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo. Quell'istante prezioso che avvolse il mio corpo in un abbraccio profondo e sereno durò solo qualche secondo, è vero ma la felicità di quel momento parve proseguire per ore, estendersi per anni.” (Kemal, dall'incipit de “Il Museo dell’Innocenza” di Orhan Pamuk)
il museo dell'Innocenza di Orhan Pamuk mi ha deliziata.
un'intuizione geniale e potente sottende la ricerca di questo artista.
la linea che collega gli oggetti disseminati della nostra memoria costruisce la storia, la narrazione.
ed è una narrazione il filo conduttore degli oggetti del suo personaggio, Kemal. 
una narrazione romantica di una delusione d'amore. una delusione che ha preso corpo che ha conquistato uno spazio.
come dice Pamuk, nei musei il tempo (quella della narrazione) diventa spazio. l’allestimento è la riproduzione fedele di quello che il personaggio Kemal ha progettato e che Orhan Pamuk ha realizzato, ma è anche un modo per raccontare Istanbul, una rappresentazione della Città alla fine anni ’70 di questo secolo. ci sono circa 1500 oggetti esposti nelle 83 vetrine, una per ogni capitolo del suo libro in almeno 15 anni di paziente lavoro.
ed ecco il piccolo miracolo del museo dell'Innocenza, alcune delle teche del museo originario (che ha sede a Istanbul) sono esposte al Museo Bagatti Valsecchi e raccontano tramite lo spazio gli oggetti le cose, la parola della sofferenza. 















secondo Pamuk è ora di smetterla con i musei che incutono paura, che presentano una storia universale e sovragenerazionale, le culture dei grandi paesi. la vera sfida è raccontare attraverso i musei la storia dei singoli individui che vivono in questi paesi, con la stessa profondità intensità e forza.
la misura del successo di un museo dovrebbe consistere non nell'abilità di rappresentare uno stato ma nel rivelare l'umanità degli individui. secondo Pamuk il futuro dei musei è dentro le nostre case,  nell'intimità dei nostri angoli domestici, custodita negli oggetti che costellano la nostra memoria.
in un errare furibondo e forse terapeutico tra oggetti di ogni genere, saccheggiando rigattieri e mercati, e nel costruire un'impresa non da poco, una raccolta di riferimenti concreti a un dolore abbandonico altrimenti inesprimibile, Pamuk crea questa storia parallela tra i suo romanzo e il suo museo in una tensione costante basata sulla finzione, sulla costruzione fantastica di un intreccio che ti lascia spesso il dubbio di essere stato intrappolato in una storia vera. ah, il potere della narrativa. 
forse gli oggetti leniscono il dolore, ed è così che Pamuk attraverso il suo Kemal che soffre per amore visualizza anche una tavola anatomica “per mostrare al visitatore del museo i punti dove la mia sofferenza amorosa in quei giorni si manifestava, si acutizzava e si diffondeva” segnandoli “sull’immagine che ritraeva gli organi interni del corpo umano nel cartellone pubblicitario del Paradison, un antidolorifico che, in quel periodo, mi aveva colpito nelle vetrine delle farmacie di Istanbul”. ah, la meraviglia della narrativa.
assistiamo al dipanarsi in termini spaziali della verità di un romanzo che risiede nella parola, in una consecutio temporale che trova una traduzione visiva.
non un gioco innocente, secondo me, un gioco letterario che vibra sull'orlo dell'equivoco, ma è questo il gioco a cui giochiamo quando leggiamo un libro. 

uomo seme

chissà perchè fa così.
è incomprensibile.
forse, semplicemente, mi sono lungamente sbagliata, non è come credevo che fosse.
uno spettacolo godibile, ma niente più.
lo spettacolo vanta una bella presenza scenica di un gruppo di donne che cantano la femminilità ancestrale. si chiamano quartetto Faraualla. mi hanno ricordato le Ganes, gruppo della Val Badia che canta in ladino. queste invece sono pugliesi, rievocano polifonie e radici antiche. 
anche la scelta scenografica è piacevole, luci e oggetti e il grande albero. ma niente di nuovo.
il testo, l'Uomo seme di Violette Ailhaud, è fragile, debole, francamente poco interessante, poco incisivo. poco da raccontare. poco da lasciarsi dietro.
quel che salvo del testo è la rivendicazione della differenza dei generi necessaria in un mondo che predica spaventosamente il genderless. c'è il femminile, c'è il maschile, a una la voce o meglio la parola, della storia dell'umanità, all'altro il segno, la traccia del fare, del seminare, del tramandare il nome.
diciamo tutto benino senza lode, tranne la Bergamasco.
la nostra attrice insiste su questo tono caricaturale, enfatico, retorico, indigeribile.
quasi temevo che parlasse perchè la sua voce avrebbe certamente guastato la scena. ed è stato immancabilmente così. a volte attenuava il carico e io speravo lo lasciasse a terra ma poi ricominciava a portarsi sulle spalle il fardello di questa storpiatura.
è da tempo che la sento declamare con questo tono drammatico, con il vocione impostato. la sensazione che domina è che non sappia recitare se non così. mi sembrava, in tempi meno sospetti, meno sospinti dal successo attuale, meno indotti anche dalla ricerca sulla voce di suo marito, Fabrizio Gifuni, che sapesse usare ben altro che l'enfasi posticcia per dire qualcosa nel suo affascinante mestiere.
qualcuno glielo dice per favore che la deve piantare?
devo dire che anche l'ultimo audiolibro di Gifuni, Notturno cileno di Bolaño non mi piace. non mi piace il testo e non mi piace Gifuni che legge, anche lui impostato su un registro forzato, perfino con un falso accento spagnolo. un po' mi annoia un po' mi infastidisce.
non vorrei avessero deciso di cavalcare quest'onda accecati da un equivoco, entrambi.
è così: la purezza non esiste e forse è meglio così.
meglio essere periodicamente delusi per poi ricominciare a cercare altrove, e non fare mai di nessuna cosa un ideale.

venerdì 19 gennaio 2018

sono invisibile. sono sempre stata invisibile come la povertà in un paese ricco.

Mio nipote che dorme in un seminterrato 
ha messo un pannello di ferro fuori dalla finestra 
per catturare il suono della pioggia sul tetto.

Un pannello di ferro ripara solo i tetti.
Tuttora illeso dalla pretesa 
che cambiamento e differenza non si vedano mai, può ancora 
riparare i danni ricreando l’amato suono della pioggia 
che crede di aver udito nell’infanzia.

Non gli dico nemmeno, Nella vita errante della sconfitta 
il ferro è un fardello, che un giorno dovrà trovare 
dentro di sé nell’oscurità totale e nel silenzio 
quel ferro che non solo porterà il suono perduto della pioggia 
ma anche il sole, le voci dei morti, e tutto quello che è passato.

Janet Frame

lei è l'angelo alla tavola di Jane Campion. Dice: Non siamo feriti da una spina velenosa sconosciuta ma da una che è in noi cresce in noi la punta del nostro cuore e centro. dice anche: Il penny cesellato della luce che la nascita gli ha messo in mano. e poi dice: Sono invisibile. / Sono sempre stata invisibile / come la povertà in un paese ricco, / come i ricchi nelle stanze riservate delle loro case piene di stanze, / come le pulci, i pidocchi, come un’escrescenza sottoterra, / i mondi oltre il cielo, il vento, il tempo, le idee — / l’elenco dell’invisibilità è infinito, / e, dicono, non fa buona poesia. / Come le decisioni. / Come l’altrove.  

era schizofrenica, molti ricoveri, internata per otto anni in manicomio, sottoposta a circa 200 trattamenti di elettroshock.
parla come parla chi ha sofferto mentalmente. dolore, fragilità, oscurità e scrittura con la punta, che affonda.

mercoledì 17 gennaio 2018

senza punto

Dolores é morta
È dura ma è così
Ho conosciuto i Cranberries tramite un film, davvero molti anni fa
Era Butterfly kiss di Winterbottom
La morte è assenza e di lei non ci sarà più, per me, la sua voce
Era molto malata, un male di vivere immedicabile
Mi ricordo che vederla ai concerti era strano, era molto impacciata nel suo corpo, era innaturale, minuta e molto goffa
Non le apparteneva quel corpo, si vedeva, anche nei video
Lo ha restituito
Merita la maiuscola
E nessun punto
All'infinito

lunedì 15 gennaio 2018

l'umanità del teatro

è un titolo bellissimo per una mostra, e per un insieme di eventi, bellissimi.
ci sarebbe stato molto da vedere e sentire, se solo non dovessi lavorare, se solo fossi già in pensione chissà, me li sarei sentiti tutti gli interventi su Strehler e Goldoni, e Brecht e Shakespeare e Cechov.
e me le sarei guardate tutte le presentazioni di spettacoli con la sua regia. invece ho visto solo Il temporale di Strindberg e Vita di Galileo di Brecht.
la sera del 24 dicembre sono andata a sentire un pezzo dei Mémoires di Goldoni proiettati su Palazzo Reale, alle 18.00 - che bella dedica a Milano - ma la cena della vigilia, ovvero i fornelli, mi hanno tristemente richiamato a casa.
ho visto la mostra a Palazzo Reale, era il primo dell'anno, e ho sentito, ancora una volta, quel restringimento del miocardio.
qualcosa della mia circolazione corporea e della mia funzionalità cardiaca e respiratoria vanno mutando in presenza di Strehler, o della sua idealizzazione. si tratta di una patologia ereditaria, è una radice che tira verso il profondo, è una radice che affonda nella terra umida dell'appartenenza paterna, che mi fa stremire.
forse molti anni di analisi sono passati invano, oppure hanno fatto il loro dovere, del padre bisogna liberarsi per poi servirsene, forse per me è andata proprio così.
se giro per la mostra, in quel della Sala delle Cariatidi, e mi sento sul limitare del mio infinito, del mio dolce naufragar in questo mare, e se sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura, certo, qualcosa mi sta succedendo.
ed è così, sento un'appartenenza che urla, sento un amore sconfinato per il teatro e la bellezza, e sento che sono a casa, a casa, a casa mia.
mi aggiro tra il Don Giovanni e Le baruffe Chiozzotte e Così fan tutte e, figurarsi, Arlecchino servitore di due padroni e provo struggimento. Arlecchino è lo spettacolo che più ho visto nella mia vita e penso che ancora lo rivedrò, e poi un'altra volta ancora, penso che sia Lo Spettacolo di Teatro, penso che sia la vita, la mia stessa vita. è in parte vero, è in parte una fantasia, un'idea e un'idealizzazione, va bene, lo penso, è una interpretazione tra altre possibili, ma troppo spesso si ripete questo invincibile cedimento per non pensare che lì qualcosa mi riguarda in modo intimo, così intimo da vergognarmene.

Goldoni è stato una specie di fratello maggiore col quale ho parlato tante sere, in una stanza, mangiando qualcosa e bevendo un po’ di vino e giocando spesso a carte. […] Mi ha sempre aiutato a cercare il mondo, l’uomo e a guardarlo con curiosità, amore e ironia in tutto il suo affanno. Mi ha insegnato un amore implacabile per il teatro.
Giorgio Strehler



















Alla fine la vera conoscenza di un'opera è un atto affettivo. Gli spettacoli. quelli, sono ormai cenere di un fuoco che ha bruciato in un lampo dando calore a molti, precipitando nel buio altri: sono memoria di chi li ha visti. Mito o racconto per chi non li ha vissuti. Ma questo è destino magnifico e desolante del teatro di tutti e di tutti i tempi. Bisogna accettarlo. così come si accettano la morte e la vita.
Giorgio Strehler

sabato 13 gennaio 2018

il sindaco del rione sanità

erano tutti molto presi.
come me.
la platea era assolutamente rapita e dentro la commedia.
nessuno, dico nessuno, più si muoveva, nessuno, e dico nessuno, guardava i cellulari.
segno distintivo di una platea che si annoia (oltre che maleducata, ci si può pure annoiare annoiandosi fermi) è la costellazione di luci emanati dai dispositivi durante gli spettacoli, o i concerti.
molti, a volte moltissimi.
lo si potrebbe adottare come metodo di rilevamento del gradimento, del livello di coinvolgimento.
ma questa volta ne sono certa: tutti erano là, in scena, in quel mondo.
il mondo è quello de Il sindaco del rione sanità, testo di Eduardo De Filippo, regia di Mario Martone, Teatro Piccolo Grassi di Milano.
lo spettacolo è sorprendente, coinvolgente, commuovente. potrei dire bello, senza sembrare banale.
il testo è strepitoso.
la scelta registica è moderna, attuale, apprezzabile.
di spettacoli ne vedo a bizzeffe, non so quante volte sono andata a teatro dall'inizio della stagione.
martedì ero al Parenti a vedere una boiata, Sorelle Materassi.
una rappresentazione scenica imbarazzante.
un susseguirsi di luoghi comuni, il buon Palazzeschi ridotto a una macchietta.
mi sono addormentata, eppure era in primissima serata, eppure vengo da una lunga vacanza riposante, non me lo spiego se non che la noia, e forse il disgusto, mi hanno proprio fatto chiudere gli occhi.
invece, la potenza del teatro, del buon teatro, è la sua enorme forza trainante.
è quell'entrare in sala con i propri pensieri e trovarsi, dato il tempo necessario per un abbandono, altrove.
in un completo altrove.
sappiamo che è finto, eppure è straordinariamente vero.
è l'umanità del teatro, è la sua verità: permettermi di credere.
Antonio Barracano può dare la vita per rimanere coerente alla sua personalissima etica.
Antonio Barracano, dopo avermi fatto vedere cosa pensa del mondo, decide che è ora di smettere di girare a vuoto, forse finalmente libero dal quel giro di vento.
e io, ieri sera, ci ho creduto.

italian idiots

anche al corso di scrittura non possono mancare gli idioti.
sono due.
lei femmina
lui maschio
categoria comune: homo sapiens?
no: idioti
lei arriva sempre mezz'ora dopo, oppure va via un'ora prima.
l'ultima volta è arrivata mezz'ora dopo ed è andata via un'ora prima.
non si fa mancare nulla, la signora.
lui arriva tardi, con moderazione, ma spesso se ne va prima.
elemento distintivo (nessuna medaglia al valore, per carità, somigliano ad altri milioni di idioti come loro): uso indiscriminato del cellulare.
quando? durante tutta la lezione (per quei minuti in cui ci sono).
elemento differenziale? lui, da bravo maschio, si vergogna, guarda di continuo whatsapp ma di nascosto, rendendosi ulteriormente meschino sbirciando sotto la sciarpa.
(ma, a onor del vero, l'ultima volta ha anche fatto una telefonata, nel pieno della lezione: quale indomito coraggio, così, davanti a tutti. però parlava sottovoce, forse non vale).
lei, da brava femmina, è assolutamente sfacciata, legge senza sosta senza alcuna vergogna, guarda, digita, alza, sposta, con anche annesso l'armamentario degli auricolari. impossibile non notarla dalla parte di chi fa lezione.
capisco che spesso le lezioni sono deludenti ma i due soggetti sono oltre la delusione.
sono nella rappresentazione del sottovuoto spinto cerebrale.
forse fieramente ribelli e io non lo capisco, forse con molti soldi da buttare dato che il corso ha un costo esorbitante (soprattutto alla luce della qualità delle lezioni).
ma, dato che non frega niente, non vale non venire, bisogna venire per dire a tutti gli altri idioti che si viene, venire ma al contempo essere altrove, in contatto con gli altri idioti ai quali, di lì a 10 minuti quando si esce un'ora prima per raggiungerli, si dirà (very cool): sono stato a lezione del corso di scrittura.
c'è da dire anche che spesso fanno i brillanti con i docenti, diciamo, si intrattengono, deve far parte del copione. spesso l'intrattenimento brillante con mossa giusta scaturisce dal vuoto mentale, dal bla bla, dal ripescaggio furbo dal repertorio cinematografico.
poi, vedrai, pubblicheranno anche un libro (e dopo quel che ho sentito nemmeno me ne stupirei, lo scrittore non è una categoria superiore).