bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

domenica 22 aprile 2018

Art week- ArtLine



giornata conclusiva della Art week
City Life
parco
nuove installazioni
saranno 20, ora sono 5
display- Daily Desiderio
Vedovelle e draghi
Filemone e Bauci
Hand and Foot for Milan
Cieli di Belloveso (stelle incastonate nella pavimentazione della piazza - opera ricostruisce il cielo stellato visibile a Milano nella primavera del 600 a.C., data intorno alla quale Tito Livio colloca la leggendaria fondazione di Milano da parte del principe Belloveso)
museo arte contemporanea a cielo aperto
passeggiata in compagnia anche di Filippo - Del Corno- e pure di Isgrò (mimetizzato tra la gente, uno come gli altri)
molti altri, tra cui io
io tra gli altri
milanesi
amo Milano
per sempre.




(l'artista con la sua opera)











domenica 15 aprile 2018

art week- YA BASTA HIJOS DE PUTA

art week, quante interessantissime mostre di arte contemporanea.
al Pac, Teresa Margolles: una mostra intensa.
YA BASTA HIJOS DE PUTA
frase trovata sul corpo decapitato di una donna a Tijuana: è il genere di messaggi - incisi o scritti sui cadaveri - utilizzati dai gruppi di narcotrafficanti per “marcare” il proprio territorio. lo sappiamo, lo abbiamo letto di recente sul giornale relativamente a un broker di Pavia ucciso in Messico a febbraio. "Questo mi è successo per essere un ladro".
si respira aria pesante, il Messico è aria pesante, è aria da incubo, un'aria irrespirabile di morte, ma la mostra di questa artista lo sa raccontare e far percepire senza enfasi. non ci sono foto di morti ammazzati, non ci sono squartamenti, non ci sono eccessi di spettacolarizzazione, ci sono metafore, ci sono prove indirette, ci sono nebbie di vapori inquietanti e gioielli di vetri rotti nelle sparatorie, ci sono camere con pannelli di foto segnaletiche che tremano come al passaggio di un treno, ci sono fili di sutura della camera mortuaria, ci sono foto di trans riprese su detriti di ex dancefloor di discoteche demolite in città, ci sono riviste messicane che coniugano sesso e morte, ci sono fogli imbevuti di liquidi corporei, c'è abbastanza direi, ma in un modo encomiabile e incisivo, un modo sconcertante e potente, un modo molto intelligente.
c'è la materia dei corpi, c'è l'osceno della scomposizione, c'è il corpo morto che scompare, la sottrazione alla vista, c'è lo sguardo sui corpi dei morti che non si vedono, ci sono gli strumenti delle sale della morte, i resti, gli scarti, i liquidi, c'è abbastanza per immaginare - è l'immaginario della morte che si insinua - e uscirne demoliti. la mostra c'è. è.























Il PAC di Milano presenta la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico. Vincitrice del Prince Claus Award 2012, Teresa Margolles ha rappresentato il Messico nella 53° Biennale di Venezia nel 2009 e le sue opere sono state esposte in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali. Con uno stile minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell'ingiustizia sociale, dell'odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.

venerdì 13 aprile 2018

viaggio sentimentale



ritratto di Goffredo Parise
Giosetta Fioroni

«Sono tutti morti».

Si alzò irresoluta, e solo giunta a metà di Ponte Garibaldi fu consapevole d'essere incamminata al Ghetto. Riconosceva il richiamo che la tentava laggiù e che stavolta le perveniva come una nenia bassa e sonnolenta, però tale da inghiottire tutti i suoni esterni. 
I suoi ritmi irresistibili somigliavano a quelli con cui le madri ninnano le creature, o le tribù si chiamano a raccolta per la notte. Nessuno li ha insegnati, stanno già scritti nel seme di tutti i vivi soggetti a morire. 
Ida sapeva che il piccolo quartiere adesso, già da mesi, era di nuovo sgombro di tutta la sua popolazione: gli ultimi latitanti dello scorso ottobre, tornati quatti quatti nelle loro stanzette, ne erano stati snidati a febbraio, uno per uno, dalla polizia fascista al servizio della Gestapo; e perfino i senzatetto e i vagabondi se ne scansavano… Però nella sua testa, oggi, queste notizie si smarrivano fra le reminiscenze e abitudini anteriori. Seppure confusamente, lei s'aspettava tuttora d'incontrare, là dentro, la solita pipinara di famigliucce dai capelli ricci e dagli occhi neri nelle strade, sui portoncini e alle finestre. E al primo crocicchio si fermò, perplessa, senza più riconoscere né le vie né le porte. In realtà si trovava all'imbocco di una via da lei già molto frequentata in passato: stretta nel primo tratto, fra case basse essa si apre in uno slargo e prosegue fra altre piccole diramazioni fino alla piazzetta centrale. Il suo nome, se non sbaglio, è Via Sant'Ambrogio. E qua, più o meno, Ida usava sempre sbarcare, nei suoi vagabondaggi trascorsi. Qua d'intorno stavano le bottegucce e i cortiletti e i vicoli familiari: dove lei s'era indaffarata per le sue compre-vendite; e dove aveva udito dalla Vilma «un po' disturbata nella testa» le radio-informazioni della Signora e della Monaca; e dove una volta aveva imparato da una vecchietta in cappellino la razza ufficiale dei meticci; e un'altra volta s'era incontrata con la levatrice Ezechiele… Era un circuito più minuscolo d'ogni minuscolo villaggio, anche se dentro ci si affollavano, a famiglie di dieci per ogni stanzetta, migliaia di giudii. Ma oggi Ida ci si trascinava come in un labirinto enorme senza principio né fine; e per quanto lo girasse, ci si ritrovava sempre allo stesso punto. 
Si rendeva conto vagamente d'esser venuta qui per consegnare qualcosa a qualcuno; anzi di costui sapeva il cognome: EFRATI, che andava compitando fra sé a voce bassa per tenerselo a memoria. E cercava a chi rivolgersi per indicazioni. Ma non c'era nessuno, neanche un passante. Non si udiva nessuna voce. 
Agli orecchi di Ida, il perpetuo rullo dei cannoni in lontananza si confondeva coi rimbombi dei suoi propri passi solitari. Di qua dal movimento del lungotevere, il silenzio di questi vicoletti assolati le isolava i sensi come una iniezione narcotica, escludendo ogni territorio popolato all'intorno. Attraverso i muri delle case, si avvertiva stranamente la risonanza degli interni vuoti. E lei seguitava a mormorare EFRATI, EFRATI, affidandosi a questo filo incerto per non perdersi del tutto. 
Eccola di nuovo allo spiazzo con la fontana. La fontana era secca. Dalle loggette e dai ballatoi decrepiti della viuzza spiovevano le piante morte. Ai piani delle casupole non c'era più il solito imbandieramento di calzoncini, fasciole e altri cenci stesi ad asciugare; qua e là dai ganci esterni ne pendevano tuttora le cordicelle spezzate. E qualche finestra aveva i vetri rotti. Dall'inferriata di un terraneo, già adibito a rivendita, si intravvedeva il locale umido e buio, spogliato del banco e delle merci, e invaso da ragnatele. Dei portoni, qualcuno pareva sbarrato, ma altri, sfondati nei saccheggi, erano appena accostati o semiaperti. Ida spinse un portoncino scassinato a un solo battente, e lo riaccostò alle proprie spalle. 
L'ingresso, della misura di un bugigattolo, era quasi al buio, e ci faceva freddo. Invece la scaluccia di pietra, tutta avvallata e viscida, riceveva luce da una finestra all'altezza circa del secondo piano. Sul primo piano c'erano due uscioli chiusi; ma uno dei due non portava nessun nome. L'altro, su un cartoncino incollato portava scritto a penna: Famiglia Astrologo, e sul muro, al di sopra del campanello, ancora altri due nomi a matita: Sara Di Cave — Famiglia Sonnino. 
Lungo la parete della scala, scrostata e coperta di chiazze, si leggevano varie scritte murali, per lo più di mano chiaramente infantile: Arnaldo fallamore con Sara — Ferucio è bello (e sotto, aggiunto da un'altra manina: è stronzo) — Colomba fallamore con L — W la Roma. 
Corrugando la fronte, Ida scrutava tutte le scritte, nello sforzo di decifrarvi la propria ragione confusa. La casa era in tutto di due piani, ma la scaluccia a lei parve assai lunga. Finalmente, al secondo pianerottolo, scoprì quello che cercava. E in realtà, gli EFRATI non si contano nel Ghetto di Roma. Non c'è scala, si può dire, in cui non se ne trovi qualcuno. 
Qui c'erano tre porte. Una, senza nome e scardinata, dava su un bugigattolo privo di finestre, con in terra una rete da letti e un catino malconci. Le altre due porte erano chiuse. Su una, c'era una targhetta col nome: Di Cave, e sopra, scritti sul legno, ancora i nomi: Pavoncelle, Calò. E sulla seconda, un largo pezzo di carta incollato diceva: Sonnino, EFRATI, Della Seta. 
Dalla stanchezza che provava, Ida non seppe resistere alla tentazione di buttarsi a sedere su quella rete di ferro. Dalla finestra rotta sulla scala arrivò lo strido di una rondine, e lei se ne meravigliò. Incurante dei bombardamenti e degli schianti quella bestiola aveva trasvolato il cielo — nel suo fragile corpicino orientato senza errore — come un sentiero domestico. E invece lei, donna, e anziana di più di quarant'anni, si trovava persa. 
Dovette fare uno sforzo enorme per non cedere alla voglia di stendersi su quella rete e lasciarsi lì fino a tutta la notte. E certo fu simile sforzo che nel suo stato di estrema debolezza le provocò allora un'allucinazione auditiva. Dapprima la sorprese un silenzio irreale del luogo. E in questo i suoi orecchi, ronzanti dai digiuni, incominciarono a percepire delle voci. Non fu, invero, propriamente un'allucinazione, perché Ida si rendeva conto che la fabbrica di quelle voci era dentro il suo cervello, anzi lei stessa non le avvertiva altrove. Però, l'impressione che ne riceveva era che si irradiassero nei suoi canali auditivi da qualche dimensione imprecisata, la quale non apparteneva né allo spazio esterno, né ai suoi ricordi. Erano voci estranee, di timbri diversi ma femminili in prevalenza, slegate una dall'altra senza dialogo né comunicazione fra di loro. E pronunciavano distintamente delle frasi, ora esclamative ora distese, però tutte di ordinaria banalità, quasi spezzoni raccogliticci della vita comune di ogni giorno: … 
«Sto su in terazza a riccòie la biancheria!!»… «Si nun fenisci er compito, nun esci!»… «Abbada che stasera lo dico a tu' padre!»… «Oggi distribuiscono le sigarette…» «Vabbè, t'aspetto, ma sbrighete…» «Indò sei stata, tutto 'sto tempo?…» «Mó vengo, a' mà, mó vengo!» «A quanto la fate?» «M'ha detto de buttà giù la pasta…» «Smorza la luce, che la corente costa cara…»… 
Questo fenomeno delle voci è abbastanza comune, e a volte lo sperimentano anche i sani, più di frequente sul punto d'addormentarsi e dopo una giornata di fatica. Per Ida, non era un'esperienza nuova; ma nella sua presente fragilità emotiva lei ne fu coinvolta come da un'invasione. Le voci nei suoi orecchi, prima di spegnersi, presero a riecheggiarsi a vicenda, accavallandosi in un ritmo tumultuante. E in questa loro fretta pareva di avvertire un senso orribile, come se i loro poveri pettegolezzi si esumassero da una eternità confusa in un'altra eternità confusa. Senza sapere quel che diceva, né perché, Ida si trovò a mormorare da sola, col mento che le tremava come ai bambinelli sul punto di piangere: 
«Sono tutti morti». 
Lo disse con le labbra, però senza voce quasi. E a questo mormorio, dentro il silenzio avvertì un peso, come il piombare di uno scandaglio acustico nella sua memoria.

La Storia
Elsa Morante

giovedì 12 aprile 2018

novecento di carta


Adolfo Widlt, autoritratto, matita e carboncino


Romolo Romani, ritratto di Grubicy de Dragon, matita su carta


Alberto Martini, illustrazioni da Edgar Allan Poe


Mostra Novecento di Carta, Castello Sforzesco.
un'occasione unica, ho visto cose indimenticabili...

lunedì 9 aprile 2018

il più lungo giorno

Ritorno. Ne la stanza ove le schiuse sue forme bronzine dai velarii de la luce io cinsi è ancora un alito tardato. Nel crepuscolo la mia pristina lampada instella il mio cuore vago di ricordi ancora: e ancora ogni volto cui risero gli occhi a fior del sogno – ogni volto tra fragili rime sparito ghirlande d’amori notturni appare come maschera che fatua brilla e fluttua e già si cela al mio sgomento. E ancora tutto ciò che è arido e dolce sfiorite le rose de la nostra giovinezza appare sul panorama scheletrico del mondo. E si raccoglie la mia anima – e volta al più lungo giorno de l’amore antico ancora leva chiaro un canto a l’amore notturno.

Il più lungo giorno
Dino Campana

ieri sera a teatro, indubbiamente, un poeta.

venerdì 6 aprile 2018

senso

variazioni sul corpo

 













e poi ritratti.











Elio Luxardo, fotografo delle dive di cinecittà e del ventennio.
molta posa, tanto lustro, devota ammirazione, assoluta devozione, estatica contemplazione, futuri combattenti e luci della ribalta.
tutto in stile di risonaza e di propaganda, così Luxardo esaltava l'immortalità del fascio, tra la sensualità sinuosa delle modelle e i corpi levigati e muscolosi degli eroi sempiterni della patria.
anche questo alla mostra della Fondazione Prada, Post Zang Tumb Tuuum.