bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 20 luglio 2017

lasciando il calore estivo sul lago



troppo caldo nella corte quieta perciò andiamo a godere un po' di fresco sul lago blu.

Freude, schöner Götterfunken

è stato di nuovo sinfonia n. 9, questa volta all'Auditorium, orchestra LaVerdi, direttore Claus Peter Flor.
è stato di nuovo bellissimo, diverso e bellissimo, dopo l'esperienza in Duomo.
e ci sono state anche la n. 6 e la n. 7, settimana scorsa, sempre all'Auditorium.
avrei gambizzato la signora seduta davanti a me, ma ormai non posso più dire quante e quali sono le mie esperienze di pubblico indisciplinato, tra chiacchiere a voce alta, cellulari accesi, ritardi inverosimili a spettacoli iniziati. è una piaga sociale, bisognerebbe prendere provvedimenti di Legge, visto che la legge interiore ormai non fa più presa, non se ne vede più traccia, il senso di colpa ha lasciato il posto al "perchè no".
in questo caso la signora (signora?) davanti a me si muoveva a destra e a manca, del tutto annoiata e disinteressata, riavvio dei capelli, cellulare acceso per i messaggi, ravanamenti in borsa, piegamenti in avanti e indietro, spostamenti inconsulti sulla sedia per vedere se l'amica, altra cima, tornava dopo essersi alzata a concerto appena iniziato (ovviamente non più riammessa in sala, come prevedibile in un teatro degno di questo nome ma non per la signora, signora?, davanti a me convinta che la socia sarebbe potuta rientrare nel mezzo della fila 14 a concerto, la NONA DI BEETHOVEN, iniziato).
per me è un mistero della biologia, della natura, solitamente così saggia, come possa procedere in vita una persona che non trova il tempo, un minuto, per prestare ascolto alla nona di Beethoven.
potrei dire che certa musica, questa, è una condizione d'obbligo all'ascolto. non c'è alternativa possibile. è un sequestro dell'attenzione, è un rapimento, è una necessità molecolare.
e non c'è movimento alternativo possibile all'applicazione dell'udito. qualsiasi spostamento dell'asse corporeo, un testa girata, un pensiero, una distrazione momentanea e il rapimento si interrompe, drammaticamente e irreparabilmente. l'udito non prevede distrazioni possibili.
in questo caso lo si paga con la perdita del filo, del filo del discorso, del discorso della musica, del linguaggio in atto. non si può essere altrove, ma nemmeno, se dotati di intelletto, lo si vuole.
non parlo di capire la bellezza, le sfumature, il fraseggio, il canto, il coro, la struttura, la composizione, l'orchestrazione, Schiller, l'Europa, l'Ottocento, nulla. parlo solo di rapimento dei sensi.
è impossibile non essere lì.
tranne che per una, quella davanti a me!

qualcosa è mutato per me, per sempre ringrazio il cielo, con la sinfonia n.7 a settembre, alla Scala, per MiTo. un mutamento radicale si è appropriato di me con il secondo movimento della sinfonia. 
da quell'ascolto in poi si è radicalizzato un fanatismo sentimentale musicale.
qualcosa si è aperto, come una strada, un passaggio, dove andrò non so.
quindi, riascoltarla, settimana scorsa, è stato consolante e motivante, si può vivere bene, ci sono state vite come quella di Beethoven, con tutta quella musica dentro, e molte altre che hanno coltivato e coltivano la bellezza, allora posso sopportare anche la signora (signora?) davanti a me.
penso, seriamente, che l'Ottocento sia stato un secolo cruciale nella storia dell'umanità, qualcuno mi dirà tutti i secoli lo sono stati, per me l'Ottocento di più (certo Mozart è fine 700, Beethoven a cavallo tra i due secoli, e Virginia Woolf a cavallo con il 900, e Jack London pure, e Freud anche, ma troveremo mille eccezioni e non la finiremo più).
quella musica, quella letteratura non torneranno più. certo, ce n'è abbastanza per una vita intera ma il pensiero non mi consola. il nostro tempo sa partorire portatili e i-phone, l'era digitale non produce bellezza, solo "sempre di più, perchè no". 

lunedì 17 luglio 2017

la neve cade sulle montagne profonde



tendo a dipingere con l'inchiostro pesante e con buon umore perchè il buon umore porta in alto lo spirito.

domenica 16 luglio 2017

caffè sospeso

Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo… 
Luciano De Crescenzo

vicino al museo della Permanente, via Turati, a Milano, è sorto, da pochi mesi, un Caffè Napoli Exytus. ma scopro che ce ne sono parecchi sparsi per la città, e altri ce ne saranno.
maioliche, bancone aperto sulla strada, foto di Totò e Peppino, la lista dei "sospesi".
questa mattina mi sono presa un Posillipo. 
qualche mese fa, alla visita della mostra Love, un caffè Marocchino con una piccola pastiera (torta per la quale sono disposta a fare molte cose, praticamente qualsiasi cosa). 
ma ci sono anche le sfogliatelle ricce e la caprese.


.


un luogo delizioso. 
una sosta di gusto.
una faccenda seria.

la fioritura di pesco caduta




improvvisamente appare una distesa di alberi di pesco.
crescono sui due lati di un ruscello per una distesa di diverse centinaia di gradini.
non ci sono altri tipi di alberi tra loro.
sotto gli alberi di pesco era fresca l'erba lussureggiante e i fiori e la fioritura di pesco caduta.
il pescatore è stupito della sua scoperta.

venerdì 14 luglio 2017

TV 70

se volete morire di nostalgia c'è  TV 70: Francesco Vezzoli guarda la RAI, mostra alla Fondazione Prada.

la pancia di Raffaella Carrà, è stampata nella mia memoria.

ma
più
di
tutto
e
sopra
tutte:
Mina

e
le
sue
MANI.


sigla di Milleluci, lei: ipnotica.

Mina "Non gioco più" [sigla finale "Milleluci"] Toots Thielemans, armonica from SiChiamaMina on Vimeo.

giovedì 13 luglio 2017

perchè nessuna vita vive per sempre

Ebbe la sensazione di galleggiare languidamente in un mare di visioni sognanti. Lo circondavano luminescenze colorate, come per colpirlo e penetrargli dentro. E quello cos’era? Sembrava un faro, ma all’interno del suo cervello: una bianca luce brillante che lampeggiava. Lampeggiava sempre più rapida, sempre più rapida. Quindi ci fu un suono, come un lungo rimbombo, e gli parve di precipitare giù, lungo una grande, infinita scala, al fondo della quale, da qualche parte, sprofondò nell’oscurità. Fu tutto quello che riuscì a capire: era sprofondato nell’oscurità. E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo

o forse sarebbe meglio, come nella traduzione di Cecilia Scerbanenco, "smise di sapere"
quel che funziona di questa traduzione di Paolo Petroni (E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.) è la ripetizione di saper(lo), prima nell'accezione della vita, poi in quello della morte. 
ma nella prima emerge il senso del romanzo, quella disperata e salvifica ricerca della conoscenza che ha animato Martin e che ne ha poi determinato la morte, il desiderio di morire. 
la conoscenza ha determinato quel cambiamento nella lettura del mondo che lo ha poi lasciato solo, in una condizione di isolamento, senza più alcuna posizione, disallocato, senza un posto nel mondo.
dopo aver cercato di sapere perchè, il perchè lo ha annientato nella sua profondissima mancanza.
smise di sapere.

le ultime tre pagine di Martin Eden rimarranno nella mia memoria in modo indelebile, come un solco, come una traccia. sono un trascinamento nell'angoscia, nel buio, nel precipizio della morte.
mi sono trovata in lacrime, scossa da una disperazione incontenibile, è morto, assisto alla sua morte, muore per un bacio il folle amante di dio, sono morta.
mi annienta l'idea di una costruzione così precisa del momento, dell'immaginazione che spinge London a descrivere l'attimo ultimo nella mente del suo personaggio, un attimo ultimo che è ultimo così solo per lui, è così per la sua vita, è così per la sua biografia.
ho sentito la morte come se Martin Eden fosse stato vivo.
questo è l'evento straordinario che ho vissuto.

Da troppo amore per la vita,
da speranza e paura liberi,
rendiamo grazia con una breve cerimonia
A qualsiasi dio possa esserci
perchè nessuna vita vive per sempre,
perchè i morti non risorgeranno mai,
perchè anche il più disperso dei fiumi
trova la sua contorta, sicura strada verso il mare.

Swinburne gli aveva fornito la chiave.



domenica 9 luglio 2017

e nell'istante stesso in cui lo seppe cessò di saperlo

Martin Eden è morto e io non posso, proprio non posso, sopportarlo.

giovedì 6 luglio 2017

per chi suona la campana

in un bell'incontro della Milanesiana, in un posto di grande bellezza come la biblioteca Braidense di Milano, conosco Duccio Ordine che, finalmente, dice cose profonde e ragionate su paura e coraggio (il tema della rassegna di quest'anno). si ispira a Giordano Bruno e a Hemingway, con passaggi colti, in una costruzione intelligente che ci ricorda che il coraggio del sapere ci aiuta a vincere la paura, che il rapporto con la paura ci ispira il coraggio della passione.
termina il suo percorso citando Johnne Donne, poeta inglese che non avrebbe sottoscritto la brexit, poeta inglese che ci ricorda il valore di questo continente europeo, che ci ricorda che la campana a morto riguarda sempre tutti noi, che ogni pezzo del continente, uomo o valore che sia, che perdiamo, è un passo che ci avvicina al richiamo definitivo. quello delle campane.
mi ero quasi consolata di tante tragiche evoluzioni con un Macron europeista, poi certe rivisitazioni repentine una volta al potere e una certa foto in posizione napoleonica mi fanno prefigurare un narcisista di proporzioni continentali, già preoccupato che la sua immagine allo specchio sia almeno proporzionale alla sua ipervalutazione di sè, già pronto a caderci dentro, si sa, con esiti mortali.
ma, mi dico, vedremo, capiremo. 
per chi suona la campana, John Donne.

Nessun uomo è un’isola
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

domenica 2 luglio 2017

da dj Fabo al piccolo Charlie

se si trattava di dj Fabo, tutti d'accordo nell'invocare la morte liberatrice.
per il piccolo Charlie, invece, tutti sulla sponda opposta, vita a tutti i costi.
e pensare che Fabo, in confronto a Charlie, stava un fiore.
queste ondeggiamenti, oltre che paurosi, sono pericolosi e francamente idioti, fuori senso, emotivi, in entrambi i casi.
ma quello sul piccolo hanno superato i limiti della decenza.
oggi leggo un articolo della Avallone, non certo la mia scrittrice preferita, sul Corriere che mi fa venire i brividi.
invoca l'onnipotenza genitoriale come un diritto su cui non si discute.
il genitore, dice, non può essere impotente.
quindi ha diritto di lottare fuori senso per un bambino clinicamente morto, già devastato, con un cervello irrecuperabile, con polmoni fegato e cuore che non funzionano.
il genitore ha diritto di credere a qualsiasi ciarlatano, quanti lo hanno fatto e quanti ne hanno pagato le spese con la vita, dalle cure oncologiche a malattie infettive curabili con un antibiotico o una vaccinazione, che promette loro sperimentazioni fatte sui topi come salvifica su un essere umano che non ha alcuna aspettativa, ma nemmeno decente, di vita.
i genitori di Charlie avranno diritto a tutto questo, hanno avuto certamente diritto di sperare e di disperarsi, hanno diritto a una morte dignitosa per il loro bambino, ma di questo farne una ragione oltre il limite, no.
si sono schierati, con parole veramente scandalose, persino Renzi, Grillo, Salvini. si sono sprecate parole come omicidio, assassinio, mancanza di pietà.
nel caso di Fabo l'assassinio era tenerlo in vita, in questo caso è lasciarlo morire.
l'emotività e l'ignoranza impulsiva portano a dire tutto e il contrario di tutto in uno scenario, perfino istituzionale, veramente pietoso se non fosse imbarazzante e meschino.
in un paese dove già vaccinare un figlio è un'impresa da terzo mondo, con conseguenze mortali, come si vede e si legge, perfino le istituzioni salgono sul palco a dare scempio di sé imprecando contro una scienza che ammazza i figli senza diritto, come se la scienza avesse la stessa valenza, lo stesso potere, della natura. la patologia mitocondriale di Charlie non è curabile, è un difetto di natura e la scienza non è onnipotente, e guai se lo fosse, come non lo sono i genitori, come non lo è nessuno-
dico nessuno.
mi complimento con i minus che hanno manifestato dall'alto delle loro posizioni di dirigenti di partito, hanno dato un'ulteriore scossa alla fede nella scienza che cura, ora il castello è definitivamente crollato, un bel colpo di grazia, ricominceremo a contare i morti.
se vogliamo pensare che Charlie senta e capisca lo stiamo torturando di dolore e di agonia, una follia senza precedenti.
se Charlie non vede non sente non parla perchè il suo cervello non risponde a niente stiamo lottando per tenere in vita ciò che vita non è, a sola consolazione del nostro terrore della morte. il terrore di non possedere l'immortalità, la cura per l'eternità, la cura per tutto.
alla scienza viene chiesto di fare la puttana, e spessissimo ormai lo è, volgare e senza pudore, di darla via al padrone che paga di più, strattonata a destra e a manca a seconda dei bisogni del momento, si invoca persino la legge suprema per piegarla al proprio bisogno, il bisogno radicatissimo e incurabile di non poter cedere di fronte al limite.
la follia dei nostri tempi non risparmia nulla e nessuno, lo schifo è che lo si legge come un'invocazione alla pietà e all'umanità ma è solo una demenza precoce che ci riguarda tutti.

venerdì 30 giugno 2017

i nostri nomi, tutti, sono inclusi

Il dito tremante di una donna 
Scorre la lista dei caduti 
Nella sera della prima neve. 

La casa è fredda e la lista lunga. 

I nostri nomi, tutti, sono inclusi. 

Charles Simic
War
HOTEL INSOMNIA, 1992

ieri sera, alla Milanesiana, un poeta, Charles Simic.

martedì 27 giugno 2017

la solitudine è una condizione essenziale della libertà

è bellissima Villa Panza a Varese, è bellissima la mostra Tales, di Robert Wilson, a Villa Panza.
la pressione bassa mi toglie un po' di energia, vorrei però testimoniare la presenza di plurimi gioielli in questa esposizione.
la villa è solare ariosa elegante, mozzafiato.
l'esposizione ha guizzi geniali, video portraits esplorano il tempo e la forma. la morte e la materia.
il tutto sempre attraverso una rappresentazione teatrale, da buon regista Wilson accorda spazi e musica, testi e colori.
l'effetto è ipnotico, come spesso mi accade in questi frangenti mi aggiro felice tra le sale, sento una corrispondenza fortissima con quel che vedo, mi sento a casa.
Wilson esplora il respiro, la solitudine, lo spazio corporeo, l'immateria che ci sovrasta, a dispetto dei tempi. la connessione con gli spazi della villa crea effetti scenici strabilianti, davvero, uno spettacolo in corso, itinerante, permanente.

"Qui non serve misurare con il tempo, a nulla vale un anno e dieci anni non son nulla."


"C’era una volta un lupo e una volpe che si dicevano compare e comare e fecero il patto di dividere tutto quello che riuscivano a prendere."









"Si mostra così che i più imparano a conoscere solo un angolo del loro spazio, un posto alla finestra, una striscia su cui vanno avanti e indietro."



le allusioni sono magiche, pantere nero blu che respirano cautamente, sfregi su volti che sono cicatrici letterarie, tracce di narrazione, fiabe di Calvino ("Comare volpe e Compare Lupo") che ci ricordano la violazione del patto e la ferocia della vendetta, casette nel verde a ricordarci luoghi di ritiro meditativo, braccia su corpi invisibili scrivono, tutti noi scriviamo la nostra storia.
echeggiano, nello spazio vuoto ed essenziale della casetta nel giardino (di rigore luterano) le parole di Rilke tratte da Lettere a un giovane poeta:
"Necessaria è una cosa sola; solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro sè e per ore non incontrare nessuno; questo bisogna saper ottenere."

"I racconti popolari e le favole mi hanno sempre affascinato e credo di condividere la stessa attrazione provata da Calvino” dice Robert Wilson. "Nella loro smisurata varietà e infinita ripetizione le fiabe per Calvino trascrivono le molteplici prospettive e le metamorfosi della vita. In “Comare Volpe e Compare Lupo” – favola della tradizione napoletana, trascritta per la prima volta in italiano da un giovanissimo Benedetto Croce – i due animali, legati da un patto “indissolubile”, si promisero reciproco aiuto, ma a causa dell’ingordigia, il lupo rifiutò di condividere con la volpe un agnello appena catturato segnando così il suo destino. Spesso le persone mi chiedono quali siano le idee che stanno dietro alle mie immagini. Rispondo che non interpreto il mio lavoro. L’interpretazione è per gli altri. Le Favole sono una fonte di ispirazione, dare un significato a questo lavoro limita la sua poesia e la possibilità di far nascere altre idee".

venerdì 23 giugno 2017

il folle amante di dio sta morendo per un bacio

She did not know she desired him; but with him it was different. He knew that he loved her, and he desired her as he had never before desired anything in his life. He had loved poetry for beauty’s sake; but since he met her the gates to the vast field of love-poetry had been opened wide. She had given him understanding even more than Bulfinch and Gayley. There was a line that a week before he would not have favored with a second thought—“God’s own mad lover dying on a kiss”; but now it was ever insistent in his mind. He marvelled at the wonder of it and the truth; and as he gazed upon her he knew that he could die gladly upon a kiss. He felt himself God’s own mad lover, and no accolade of knighthood could have given him greater pride. And at last he knew the meaning of life and why he had been born.

sto leggendo un libro strepitoso, un'enormità.
Martin Eden.
Jack London.
nella bella traduzione di Cecilia Scerbanenco.
ho sottovalutato, per ignoranza, per anni questo autore, immaginandolo solo come un autore per libri per ragazzi.
ma sarò scema.
invece è un mostro di talento narrativo.
Martin Eden, sono agli inizi, ha quegli ingredienti straordinari della grande narrativa.
London dispiega la storia, la dipana, mi sta facendo entrare in quella testa, va dentro, e sonda.
sonda nelle acque profonde e tocca, tocca corde nodi questioni ancestrali con una sapienza sorprendente e molto attraente.
sono stata legata all'albero maestro dalle parole di questo incantatore, ora mi inoltro nella tempesta che mi aspetta.
e ne sono felice, God’s own mad lover.
nel frattempo cerco faticosamente di finire un libercolo veramente modesto, che ho iniziato perchè abbagliata da una risonanza superficiale e facile.
Carmen Pellegrino è una ragazza interessante ma non sa scrivere libri, almeno al momento. la storia che racconta in Se mi tornassi questa sera accanto (verso di una poesia di Alfonso Gatto) vive di echi alla poesia e alla desolazione territoriale ma è priva di consistenza narrativa. un libro noioso, spesso vuoto, una storia che si sfilaccia e non si costruisce mai, un libro che dimentico a ogni riga che leggo. leggo e poi mi chiedo: cosa ho letto? nulla. 
magari rileggo anche ma poi sono punto e a capo.
leggo e dimentico, nulla rimane.
certa moderna letteratura si sfinisce dietro a costruzioni apparentemente originali ma si dimentica l'essenziale, una storia che abbia qualcosa da dire. le circonvoluzioni narrative, le soluzioni descrittive non approdano a nulla, lasciamo solo il segno del giro che hanno fatto sulla sabbia, ma è già stato spazzato tutto via dall'onda, un attimo dopo.
uno sforzo inutile, direi dannoso. 
scrivere bene è più semplice di quel che si crede, non richiede appigli o echi o scalate improbabili, ma molto più difficile di quel che si immagina. 

giovedì 22 giugno 2017

sully e il tramezzino a numero chiuso

e io che pensavo ormai di aver visto tutto nella vita.
invece.
intanto non avevo visto Sully, con Tom Hanks, diretto dal buon vecchio conservatore trumpista Clint Eastwood (lo perdono??).
che bel film. che bel film. che bella regia, che bella costruzione della storia, della narrazione, che bella storia, che begli attori, che bravo Ton Hanks, che bella tensione, che partecipazione, e che divertimento.
guardando mi domandavo se davvero esistono uomini così, io così emotiva, che vivo solo nella continua tensione di guardare interrogare domare approfondire guidare l'emotività, vivo per questo e non so fare che questo, sono stupefatta che qualcuno possa vivere nel dominio di sè, in pace e in guerra, in salute e in malattia. 
ho apprezzato la capacità di spiegare il trauma e la sua portata, il trascinamento che ha nella vita, lo spostamento dall'asse, l'irrealtà che domina in chi ha vissuto momenti di vicinanza all'orlo della morte ma poi ha fatto quel passo indietro. lo sanno i traumatizzati della guerra e del terrorismo, i sopravissuti del Bataclan e ai terremoti, e ai disastri aerei. quelli che sopravvivono, pochi. 
ora, la moderna psicologia, quella cognitivo comportamentale, vuole tutti traumatizzati da stress (ora ci sono anche diagnosi da post traumatico cronico o perdurante o insistente o infinito o cosmico o universale) pur di applicare in massa l'EMDR, ma lasciamo stare. ora va di moda questa forma di salvezza tascabile.
invece.
non avevo ancora provato l'ebbrezza del tramezzino a numero chiuso, una trovata inarrivabile del MIC, i miei complimenti alla sua direzione marketing.
sono andata lì a vedere il film, invece di aspettare l'Arianteo, ma, giuro, non lo farò più, attratta dalla proposta di un aperitivo in "terrazza" e di degustazione (!!) di vini  prima del film.
ottimo no? un aperitivo e poi film, senza correre a destra e a manca, la terrazza, i tramezzini di e le degustazioni di.
si.
certo,
di.
siccome vivo a Milano pensavo che la proposta fosse seria ma c'è ancora qualcuno che fa le cose come fossimo nel paleozoico.
i tramezzini, a metà coda, dopo consegna del bigliettino (come all'oratorio) ai fortunati estratti (come nelle fiere di capodanno), sono terminati. immenso stupore e sbandamento.
così si finisce su una terrazza, di cemento e torrida, poche sedie, non per tutti, una tenda con sparuti bicchieri di plastica e fazzoletti di carta, presso la quale compaiono, a un certo punto, due ragazzi con una bottiglia di vino (degustazioni??) e poi, un po' per volta (non tutti insieme, ma ad esaurimento scorte se proprio è necessario perchè se avanzano è meglio) pacchetti contenenti tramezzini. cinque prima, dieci dopo, pausa, torno subito, altri cinque, ultimi dieci.
o mioddio.
tutti in fila come alla mensa dei poveri, a pietire l'appetitoso aperitivo (chissà perchè immaginavo una piccola diposizione di panini su vassoi, disponibili al pubblico, non ai soli detentori del fantastico pezzetto rosa con numerino della lotteria).
quelli che non avevano capito hanno presentato il biglietto del film. 
eh no!! cosa fa!! cosa crede!! quello non serve, non basta!! ci vuole il biglietto rosa. non ce l'ha?? lei è fuori dal giro mia cara, fuoriiiii.
una scena pietosa, penosa, mi chiedevo se ero a Milano, se avevo letto male, come mai non avevo capito che la gestione del MIC si è fermata alla gestione della fiera di paese alla consacrazione del santo protettore.
non c'è la canasta? non c'è la pesca? e il fucile con i premi ? la vaschetta dei pesci??
tutti paghiamo lo stesso biglietto, ma qualcuno gode di servizi migliori.
non tutti i biglietti sono uguali!! questa dura legge del mondo vale anche al MIC di Milano.
modesto e detestabile, una situazione imbarazzante.
in più avevo fame, certo è ovvio, pensavo a un aperitivo, un film alle 21.00 (mi sono presentata alle 20.30 come da richiesta sul borioso e menzognero volantino, come da falsa testimonianza del sito, sia chiaro, non mi sono infilata imbustata all'ultimo minuto, non sia mai che qualcuno insinui che sono una parassita) prevede un apertivo, ma, attenzione, non siamo tutti così fortunati a questo mondo, la mannaia scende sempre a discriminare i vinti dai perdenti. 
e così una metà mangiava, l'altra metà, guardava...

lunedì 19 giugno 2017

il blu oltremarino e insondabile

Quello che pulsava lentamente
nello strascico lungo
delle sere d'estate
era il tuo silenzio proteso
a non farsi sbranare dalle parole
con il loro frinire avido di grilli.
Grillo saggio, grillo saccente
con le sue antenne verdi
di assetate di luna:
fin dall'inizio io ho abbandonato le redini
di chi vuol controllare
il blu oltremarino e insondabile
con i gesti sonori già fatti
dove ronzano gli ordini.
Mentre dondolavi
lenta e con le braccia conserte
tu eri la mia infanzia,
quella che scopre tacendo,
e aspetta i primi suoni
indecisi
con la grazia di un dio.

Sulla sedia a dondolo
Trucillo Luigi
da Altre amorose



venerdì 16 giugno 2017

ritratto di donna araba che guarda il mare

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE
DI DAVIDE CARNEVALI

regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana
produzione LAB121 testo vincitore del 52° Premio Riccione per il Teatro – in coproduzione con Riccione Teatro con il sostegno di Next/laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo in collaborazione con Teatro San Teodoro Cantù

Davide Carnevali, autore teatrale tra i più apprezzati, specialmente all’estero, con “Ritratto di donna araba che guarda il mare” vince nel 2013 il Premio Riccione per il Teatro.
Quello di Carnevali è un testo fortemente allegorico.
L’uomo europeo e la donna araba portano con loro i valori di culture differenti, di popoli per sensibilità lontani tra loro, ma accomunati dal fatto di affacciarsi sul mediterraneo.
Culla dell’europa e allo stesso tempo campo di conquista: militare, politica ed economica da parte dell’occidente.
Un europeo, un turista, in una città senza nome del Nord Africa incontra una giovane donna una sera al tramonto davanti al mare. Questa fotografia o meglio questo disegno, tratteggiato in fretta, è il principio della storia. Dieci frammenti, dieci istantanee che, nella loro sospensione, ricordano certe visioni del pittore Edward Hopper.
Attraverso il susseguirsi degli incontri di queste due figure tra le strade della vecchia città, permane la sensazione di una sospensione del tempo. Esso è scandito non dall’orologio ma dai movimenti della parola. Una parola sempre sfuggente, precaria, ambigua che tenta di farsi ponte tra culture tra loro lontane. Si procede per associazioni, contrasti e come un puzzle, pezzo dopo pezzo si intravede il disegno finale.
Per l’autore, la parola teatrale non soggiace all’interpretazione quotidiana. La parola contiene diverse possibilità, diverse interpretazioni.
Lo spazio crea un alfabeto originale dove far risuonare in tutta la sua ambiguità la storia tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e la gente della città vecchia. Esiste un quinto personaggio che contiene tutti gli altri: la città.
Essa è la piattaforma sulla quale costruire il loro gioco, dentro la quale, l’europeo intraprenderà un viaggio che lo costringerà a ingaggiare un corpo a corpo con la propria coscienza.
Claudio Autelli

quel che ho da confessare è che io di solito, questi spettacoli li disdegno.
non posso esimermi da dirlo.
testi nuovi, non classici, non autorali, non fanno per me.
pernacchia.
buuu.
ma
quest'anno mi sono buttata un po' di più, mi sono spinta nelle acque infide dell'Elfo Puccini e, figurati un po', perfino in quelle del Franco Parenti, ieri sera.
e, devo dire, proprio al Parenti, ho visto due spettacoli eccellenti.
in aprile, Tante facce nella memoria, denso e intelligente,
e, ieri sera, Ritratto di donna araba che guarda il mare.
un gioiello.
un testo davvero notevole, un uso della parola straordinario, un'invenzione scenica geniale.
uno spettacolo piccolo, dai piccoli mezzi, un grande risultato.
una video camera si sposta su un plastico che riproduce una città araba assolata sul mare, vicoli, case bianche, litorali, piazze e interni.
a ogni scena la video camera si sposta facendo una panoramica sulla città e si ferma su un dettaglio, il luogo della scena. proietta su uno schermo grande dietro agli attori seduti, fa da sfondo, individua il campo d'azione.
gli attori sono vestiti in modo borghese, solo lei porta un velo sui capelli.
parlano, non c'è scenografia, ci sono solo le parole, la frasi, i dialoghi.
e le parole sono tutto.
le stesse parole, .le stesse frasi sono dette dai diversi personaggi in diversi momenti, o dallo stesso personaggio in scene diverse.
e le parole cambiano.
il messaggio cambia.
la parola è significante e poi significato nel corpo di ognuno.
uomo e donna non si capiscono, cultura occidentale e araba non combaciano, uomo giovane e uomo d'affari non si comprendono, il bambino parla la lingua della verità ma rimane solo, inascoltato.
rimane l'angoscia di una incomprensione che diventa perdita.
il mondo maschile dei gesti e delle prove di fatto, il mondo femminile dell'assoluto e delle richieste d'amore.


giovedì 15 giugno 2017

and the Vanities























non mi fermo più, sono stregata anche da queste.
come avrà fatto? come si è insinuato tra le pieghe delle tovaglie?
well done, Larry Fink.

e sono contenta di sapere che il mondo non finisce mai, continua, si apre, prosegue, va avanti, è infinito...e io dietro.

The Beats and the Vanities
Larry Fink
Silos Armani, Milano

mercoledì 14 giugno 2017

the Beats































strepitose, folgoranti, un occhio su un'epoca e non solo.

venerdì 9 giugno 2017

l'ordine del tempo

sebbene pensi di parlare semplicemente, parla difficile.
ho letto le sue Sette lezioni di fisica.
facile? difficile.
(va meglio ora, alle seconda lettura)
sono andata al Parenti per ascoltarlo sull'Ordine del tempo.
facile? comunque abbastanza difficile.
è la fisica che mi è ostica, sig. Carlo Rovelli.
io non la vedo.
non la percepisco.
invece, quello che ho imparato ascoltandola, è che i fisici sono dei visionari. 
prima immaginano soluzioni, arditissime sul funzionamento della materia, e poi le dimostrano con formule matematiche rigorose e ripetibili.
relatività generale (la più bella delle teorie)
fisica dei quanti
gravità quantistica
fisica statistica
fisica delle particelle
macro cosmo e big bang
leggi della termodinamica e il tempo.
secondo i fisici ci sono movimenti e fluttuazioni e pacchetti di energia e curvature che muovono lo spazio. Rovelli parla e le vede, queste cose. io no.
lui mi spiega che lo spazio è materia, come tutte le cose è materia, e che è un enorme mollusco, vibrante e mobile, in cui viviamo: in qualche modo, razionalmente, lo capisco, ma non lo intuisco.
è proprio una predisposizione della mente. probabilmente, allo stesso modo, Rovelli vede la musica, la misura in onde, vede la luce, sente il calore, lo sente muoversi nelle velocità delle particelle, capisce il vento e ordina il tempo secondo una modalità non lineare ma circolare.
lui vede.
io no.
capisco anche che l'interpretazione fisica del mondo si avvicina paurosamente alla filosofia, una concezione teorica della materia li accomuna, la teorizzazione della conoscenza e della verità è una tensione culturale condivisa.
i fisici cercano la semplicità, le buone teorie sono quelle semplici diceva Einstein, come la sua sulla relatività generale.
i buoni fisici, come tutti i buoni scienziati e pensatori, nutrono dubbi, si interrogano, non si accontentano mai. il genio si interroga sempre, dubita, dice, a ragione, Rovelli.
bene, io sono a terra, loro vanno in treno, sul frecciarossa.
mi avvicino a loro solo quando il discorso si fa letterario, narrativo, e inconscio.
allora se Rovelli parla di un mondo senza tempo, dell'illusione di una direzione del tempo, dell'anelito dell'uomo all'atemporalità quando invece il tempo lo soffre e lo patisce, allora qualcosa mi tocca. se Rovelli mi spiega che il valore del tempo è relativo ed è legato all'interazione, che il tempo è in noi, il tempo siamo noi, allora qualcosa in me si scioglie.
"L’emozione del tempo è precisamente ciò che per noi è il tempo. Il tempo siamo noi. Siamo memoria. Siamo nostalgia. Siamo anelito verso un futuro che non verrà".
se poi leggo anche Arnaldo Benini, sul Corriere intervistato da Claudio Magris, che studia la fisiopatologia del tempo, che mi dice che il tempo è un prodotto dell'uomo, che il tempo si sente perchè è un prodotto del cervello, che il senso del tempo esiste in esseri viventi con sistema nervoso, anche se minuscolo, come api e formiche, che il meccanismo del senso del tempo si è evoluto nel corso di millenni e che nell’uomo ha acquisito la dimensione numerica e una forte componente emotiva per cui il tempo della vita scorre secondo la condizione fisica ed emotiva e non secondo l’orologio, allora capisco di più.
se si aggiunge: "alla nostra esperienza, anche quella di galassie, stelle lontanissime e buchi neri che si postulano senza poterli vedere, attribuiamo le dimensioni temporali del nostro cervello. Se in quelle galassie ci sono (o ci saranno) esseri viventi con cervello diverso dal nostro, è verosimile che il loro senso del tempo sia diverso. La natura, diceva il fisico Richard Feynman, è bizzarra e stramba. Ora abbiamo le prove di quanto il tempo sia individuale, elusivo, flessibile e accidentato, a seconda della nostra affettività", allora mi sento a casa, allora capisco.
"Ogni paesaggio, ogni volto, ogni città è spazio in cui si è trasfuso e condensato il tempo. Ciò vale per la storia, ma anche per l’individuo; noi siamo «tempo rappreso», scrive Marisa Madieri in Verde acqua."

bene, grazie a tutti, adesso va bene.


giovedì 8 giugno 2017

il cielo osservava la superba carcassa schiudersi come un fiore

Ricordate, anima mia, la cosa che vedemmo
quel così dolce mattino d’estate;
alla svolta d’un sentiero un’infame carogna
su un giaciglio cosparso di sassi,
le gambe all’aria, come una donna impudica,
ardente e trasudante veleni,
spalancava in modo cinico e disinvolto
il ventre pieno d’esalazioni.
Il sole irradiava questo putridume,
come volesse cuocerlo a puntino,
e rendere centuplicato alla grande Natura
tutto ciò che essa aveva congiunto;
e il cielo osservava la superba carcassa
schiudersi come un fiore.
Talmente forte era il fetore, che sull’erba
vi sentiste svenire.
Le mosche ronzavano sopra quel ventre putrido,
da cui uscivano neri battaglioni
di larve, che colavano come un liquido denso
lungo quei brandelli di vita.
Il tutto scendeva e risaliva come un’onda
o si slanciava gorgogliando;
si sarebbe detto che il corpo, gonfiato da un vago soffio,
vivesse moltiplicandosi.
E questo mondo produceva una strana musica,
come l’acqua corrente e il vento,
o come il grano che il vagliatore con movimento ritmico
gira e agita nel vaglio.
Le forme svanivano e non erano più che un sogno,
un abbozzo lento a venire
sulla tela dimenticata che l’artista completa
solamente con la memoria.
Dietro le rocce una cagna inquieta
ci guardava con occhio crucciato,
aspettando il momento per riprendere allo scheletro
il boccone che aveva lasciato.
− Eppure voi sarete simile a questa sozzura,
a quest’orribile infezione,
stella dei miei occhi, sole della mia natura,
voi, mio angelo e mia passione!
Sì! tale sarete, o regina delle grazie,
dopo gli ultimi sacramenti,
quando andrete sotto l’erba e i rigogliosi fiori,
a marcire tra le ossa.
Allora, o mia bellezza! dite ai vermi
che vi mangeranno di baci,
che ho conservato la forma e l’essenza divina
dei miei amori putrefatti!

Charles Baudelaire
La carogna
I fiori del male
e
Teatro Arsenale
"Il male i suoi fiori, Charles Baudelaire, un poeta all'inerno", 3-16 maggio

che stordimento, tra dolcezza e putrefazione, tra dichiarazioni d'amore e fetore nauseabondo non si capisce più dove inizia la verità e dove finisce il godimento. la verità della bellezza deve passare attrverso la sconcezza  della dissoluzione per avere valore? è solo dal confronto con i vermi nel nero putridume del ventre sfatto che possiamo apprezzare l'eternità della grazia? 
credo che siano finiti quei tempi, ora ne abbiamo paura, potrebbe essere tutto spaventosamente reale,  giornalisticamente documentato, non più il gioco decadente e compiaciuto di un poeta.

domenica 4 giugno 2017

Seid umschlungen, Millionen!

Gioia, bella scintilla divina,
figlia dell'Elisio,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
Il tuo fascino riunisce
ciò che la moda separò
ogni uomo s'affratella
dove la tua ala soave freme.

L'uomo a cui la sorte benevola,
concesse il dono di un amico,
chi ha ottenuto una donna devota,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c'è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
vanno i buoni e i malvagi
sul sentiero suo di rose!
Baci ci ha dato e uva,
un amico, provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra Op. 125 di Ludwig van Beethoven con An die Freude (Inno alla gioia).
ringrazio il sig. Zubin Metha illustrissimo per il concerto per l'Europa nel Duomo di Milano, ieri sera.
e, naturalmente, tutti i signori sapientissimi dell’orchestra e del coro del Teatro di San Carlo di Napoli.
ovviamente mi inchino al genio di Ludwig van Beethoven con la partecipazione di Friedrich von Schiller.
ah, ringrazio anche il Duomo, ci mancherebbe, sua maestosità.
esaltante, sono andata fuori di testa.
mi  è perfino piaciuto il tedesco.
avevo musica ovunque nel corpo, è stato straordinario.
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.


sabato 3 giugno 2017

torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

Alfonso Gatto
da La storia delle vittime
Mondadori, 1966

che brivido, è un respiro larghissimo, sembra di avere il tempo tra le mani, la memoria davanti agli occhi, momenti vento colori sentimenti nell'aria. come mi muovo, come mi giro c'è consistenza di sogno.
capolavoro.

giovedì 1 giugno 2017

parola e corpo

1630. Renzo parte da casa di Bortolo, il cugino, nel Bergamesco, e torna a casa, nel suo paesino, vicino a Lecco. è alla ricerca di notizie di Lucia e di Agnese, sono passati quasi due anni dall'inizio della loro storia. incontra Don Abbondio, che lo accoglie con "maraviglia scontenta", e, dopo una sosta da una vecchio amico, si avvia verso Milano. passa per Monza, per Greco, arriva in città, tramite la Porta Orientale. andrà al lazzaretto, incontrerà Lucia a Fra Cristoforo morente e poi si avvierà nuovamente al suo paese sotto un violento temporale. viene nuovamente ospitato dall'amico e va poi da Agnese, a Pasturo, informandola di ogni cosa avvenuta a Milano. si reca ancora nel Bergamasco da Bortolo, avendo ormai deciso di trasferirsi lì con Lucia. riporta Agnese a casa sua al paese e aspetta insieme a lei il ritorno di Lucia.

a piedi.

a piedi, di persona, ogni comunicazione prevede la presenza del corpo, un corpo che si fa portatore delle notizie, delle parole, dei conforti e degli sconforti.
la comunicazione è corpo, un corpo mobile che cammina, un corpo che fatica ma è testimonianza della parola.
oggi la comunicazione, violenta assassina stupida superficiale vuota, è senza corpo.
senza corpo fisico.
senza corpo spirituale.
senza. 

paesaggi d'Emilia















MIA Fair 2017
Michael Kenna