bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

martedì 23 maggio 2017

attenti a non smarrire il pudore del LEI

Usare il Lei significa non privare il linguaggio del senso del pudore.
Così avviene quando questo modo di esprimersi (peraltro non presente in tutte lingue) è fedele a se stesso. Mario Rigoni Stern ripensò più volte a un episodio da lui raccontato nel suo famoso libro sulla campagna di Russia, Il sergente nella neve. Era in fuga, spaesato, la fame e il freddo non gli davano tregua. Ecco un’isba; entra, c’erano soldati sovietici e cibo caldo. Lo condivisero. «Perché non mi hanno sparato?», si chiese anni dopo. Si rispose: «Perché ho bussato». Se non l’avesse fatto, una raffica l’avrebbe colpito.
Nella comunicazione linguistica il Lei equivale a quel bussare. Un’irruzione troppo frettolosa uccide le potenzialità contenute nel Tu. Anche nel linguaggio il pudore è una tutela dell’intimità, una relazione, quest’ultima, che diviene autentica solo se protetta. Il precipitarsi dentro la casa altrui è una mancanza di rispetto che nella vita e nella lingua ostacola l’ospitalità.
Bussate e vi sarà aperto? Non sempre ciò avviene; a volte la porta resta sprangata. In questo caso il Lei è— o era — una forma per tenere le distanze. Sono state molte le nuore costrette a dare sempre del Lei alle proprie suocere, situazione asimmetrica specie quando la suocera dava del Tu alla propria nuora, spesso qualificata solo come moglie di suo figlio, vale a dire come un Ella. In questo caso il Lei era sigillo di distanza e non già di rispetto. Ricorrere alla terza persona per parlare con chi ci sta di fronte a volte significa essere costretti a stare sine die in anticamera.
Sul piano del comportamento un procedimento analogo lo si ha quando si è di fronte ad un’altra persona: può restare per sempre «altra», oppure può diventare prossimo. L’evangelica parabola del «buon samaritano» ( Luca 10, 29-37) mette in campo le due alternative. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti e cadde mezzo morto sul ciglio della strada. Passò un sacerdote, lo seguì un levita; per entrambi lo sventurato rimase un Egli, un «altro»; lo guardarono allo stesso modo di come si getta un occhio a un cespuglio. Il samaritano si fermò e gli prestò soccorso, per lui l’«altro» divenne prossimo, un termine identificato sempre dall’aggettivo «tuo» e non con «suo».
Tuttavia, a ben guardare, l’autentica vicinanza non fu raggiunta neppure allora. La parabola ci dice che il samaritano parlò con un albergatore, ma non riporta alcun dialogo avvenuto tra lui e il malcapitato. Per certi versi l’uomo ferito rimane ancora un Egli. Visto sotto questa luce, forse un po’ troppo sospettosa, il buon samaritano sembra anticipare comportamenti presenti in non pochi degli odierni operatori sanitari. Troppo spesso in quegli ambiti si oscilla tra modalità di intervento su pazienti considerati come puri Egli o Ella e un rapporto diretto che usa il nome proprio e ricorre immediatamente a un Tu ignaro del pudore tipico del Lei.


Di PIERO STEFANI
La Lettura

on reading

Nel nostro tempo si deve disporre della calma della salamandra se si vuole raggiungere i propri obiettivi.
Ciò vale soprattutto per la lettura, e la sua prosecuzione nelle fasi positive e negative;
se ogni giorno si mette un mattone, in sessanta o ottanta anni si abiterà dentro a un palazzo.

Ernst Junger




Il tempo per leggere è sempre tempo rubato (come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare).
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.

Daniel Pennac






Si scrive soltanto una metà del libro, dell'altra metà si deve occupare il lettore.

Joseph Conrad


tutte le foto sono di Steve McCurry
alla mostra
LEGGERE
Museo di Santa Giulia- Brescia
7 marzo – 3 settembre 2017

lunedì 22 maggio 2017

la madre di Cecilia

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori.
Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de' volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, - no! - disse: - non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: - promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: - addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, - voi, - disse, - passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.


I promessi sposi, di Alessandro Manzoni.
La madre di Cecilia.
un quadro, o forse, meglio, una scultura: una pietà michelangiolesca.



venerdì 19 maggio 2017

crossover/s

















qui è l'Hangar Bicocca.
attenzione si va nel grande mondo della piccole cose.
una fune
uno zerbino
una saponetta
un filo giallo
una griglia
una pedana
una luce fioca, in lontananza.
questo signore, Miroslaw Balka, polacco, fa un'indagine curiosa sul confine, il dentro e il fuori, in between.
memoria e oblio.
plurale e singolo.
collettivo e individuale.
passato e futuro.
si tratta di intrecci, di traiettorie che passano attraverso, che attraversano il soggetto, la singola sensibilità, lasciando tracce. il passaggio attraverso il confine comporta un sentimento universale, la paura, lasciando traccia di sè.
sono installazioni semplici, comprensibili, fruibili.
si respira il senso dell'indagine, è facile farsi domande.
l'uomo è assente, assente il suo corpo, ma è intensamente presente, è di lui, di noi, che si parla attraverso le cose.
l'installazione più bella: una casetta di legno e una luce fioca che la illumina.
è come un rifugio nel bosco, un approdo nel nulla. affida un senso di salvezza, di rifugio.
ti avvicini e la luce si spegne.
è buio.
fa paura l'inganno dell'apparenza. lascia soli.

Miroslaw Balka
CROSSOVER/S Hangar Bicocca, Milano
A cura di Vicente Todolí / 16 marzo - 30 luglio 2017





giovedì 18 maggio 2017

on reading




Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

Pier Paolo Pasolini

mai scordare come ci assomiglia il VOI

«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono/ di quei sospiri ond’io nudriva ’l core». 
Così comincia il sonetto che apre il Canzoniere di Francesco Petrarca. Il pronome che indica la seconda persona plurale è posto in posizione enfatica, all’inizio della lirica. Mediante il Voi, l’autore interloquisce col suo pubblico, lo convoca all’ascolto, lo coinvolge nel sentimento di vergogna per un «vaneggiar» che lo ha fatto diventare una «favola» per il «popol tutto», chiede infine perdono per il suo «primo giovenil errore». 
Già in questi versi, carichi di suggestione, affiora il paradosso che è alla base del pronome personale Voi. Da un lato, infatti, usandolo, distinguiamo nettamente il campo fra Noi e coloro ai quali ci rivolgiamo, accomunati dall’essere appunto Voi, e cioè comunque altro rispetto a Noi. Dall’altro lato, nell’atto stesso in cui pronunciamo il pronome, istituiamo una relazione, perché il Voi, per sussistere, ha bisogno del rapporto con una prima persona (singolare o plurale) che ponga appunto l’alterità, e la nomini col Voi. Ne risulta che ciò che potrebbe a prima vista apparire come un mero dettaglio grammaticale, rilevante solo per gli studiosi di linguistica, si rivela invece denso di importanti implicazioni filosofiche. 
Sia pure implicitamente, l’uso della seconda persona lascia emergere l’impossibilità di scindere le due «persone» che sono nominate attraverso i pronomi. Senza la connessione — tacita o dichiarata — col Voi, l’Io semplicemente non potrebbe costituirsi come soggettività e sfumerebbe nell’indeterminato. Mentre a loro volta le persone a cui ci rivolgiamo attribuendo ad esse il Voi non potrebbero essere riconosciute come «persone» (seconde), se mancasse la relazione con un Io/Noi che tale relazione ponga in essere con la nominazione. 
Usando il Voi, effettuiamo insomma una duplice operazione di allontanamento e avvicinamento: coloro ai quali riferiamo il pronome, per il fatto stesso di essere chiamati Voi, sono riconosciuti come «altri», e dunque lontani da ciò che Io sono, dalla mia identità. Dall’altro lato, quell’alterità non è solo diversità, perché proprio attraverso l’uso del pronome, proprio perché «chiamati» col Voi, gli altri entrano in relazione con me, e dunque in un certa misura mi «assomigliano». 
Sempre più frequentemente la relazione fra il Noi e il Voi ha assunto il carattere del rapporto con quell’altro da noi, col quale entriamo in contatto tramite il fenomeno dell’immigrazione. Con un’importante precisazione. Mentre, già a partire dal Cinquecento (si pensi ad esempio al Proemio dell’Orlando furioso), e poi fino ai nostri giorni, il voi è usato anche in riferimento a una sola persona, come forma di rispetto, il Voi rivolto ai migranti è caricato di una forte enfasi sull’alterità radicale delle persone indicate. Col rischio concreto che il rifiuto dell’alterità del Voi porti con sé anche la cancellazione dell’identità del Noi.

Umberto Curi
La lettura 7 maggio 2017.

venerdì 12 maggio 2017

scrivere è annusare la rosa che non c’è

molte albe, molte gentilezze,
festeggiare molto spesso la luce,
poco avere, scarsi indugi, minare
il rancore, farlo saltare,
meglio lo sperma, la carezza, il fiore.















bene, carissimo Franco Erminio, seguo le tue orme.
nell'unico venerdì di primavera di questo maggio infelice mi sono inoltrata ad Orticola.
giardini pubblici di Porta Venezia.
penso alle tue parole, semplici, fondamentali.
mi godo i fiori, celebro i colori, annuso la poesia, calpesto il mondo, contemplo le radici.
spero di essere sulla strada giusta.

...una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. 
Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, 
come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.

(poesie di Franco Erminio)

giovedì 11 maggio 2017

leggere



Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito.
Perché la lettura è un'immortalità all'indietro.

Umberto Eco

il dio di Roserio

Il dio di Roserio, testo di Giovanni Testori.
teatro Fraco Parenti.
parole e corpo, Fabrizio Gifuni.
presenta il testo e l’operazione teatrale che va a incominciare e dice: questa fatica la faremo insieme.
inizia a pedalare e io vado in tachicardia.
sto pedalando.
sudo e mi contraggo, extrasistoli.
e mi becco tutta la furia parossistica e implacabile del Dante (Pessina).
quel braccio alzato e armato di ferocia assassina si abbatte si devasta su di me.
mi deformo e mi indementisco come Sergio (Consonni).
 










una cosa fa Gifuni: le parole diventano corpo.
e il corpo diventa parola.
il verbo si fa carne.

un miracolo? anche, ma non solo.
è così, questo è il reale. 
accomodiamoci.

lunedì 8 maggio 2017

leggere



Chi crede che leggere sia una fuga è all'opposto della verità: leggere è trovarsi di fronte il reale nella sua massima concentrazione, il che, stranamente, è meno spaventoso cha avere a che fare con le sue eterne diluizioni.

Amelie Nothomb

domenica 7 maggio 2017

Un éclair… puis la nuit !

À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Charles Baudelaire (“Les Fleurs du Mal”, XCIII)


Édouard Manet. Berthe Morisot con il ventaglio

la poesia di Baudelaire è lì, a fine corsa, alla mostra su Manet a Palazzo Reale.
fuggitiva bellezza, dice, bellezza per sempre, dico.

venerdì 5 maggio 2017

nessuno è come me

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e mi trova che non ho concluso niente
io l’amore l’avevo in mente
ma ho conosciuto solo gente
e posso solo andare avanti
fintanto che nessuno è come me.

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e scopro che non ho capito niente
e allora io stasera do a lavare
il mio vestito per l’amore
cambio donna e cambio umore
cambio numero e quartiere
fintanto che nessuno è come me.

nessuno è come me, dice (canta) Fossati.
lo dice a una serata al Piccolo teatro Grassi, intervistato in una serata dedicata a Gaber, dedicato alla bella canzone italiana, ai grandi personaggi della sua storia.
amo questi due autori, ancora una volta non so chi di più, forse Fossati che mi crivella la testa con le sue parole che fanno traccia dentro di me. solco.
nessuno è come me.


leggere



E' davvero piacevole una serata come questa! Dopo tutto, devo dire che non c'è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Jane Austen

giovedì 4 maggio 2017

mea culpa

lui paga tutti.
paga e mercifica i corpi.
mi tieni su un palo di cemento che ricorda la croce di Cristo?
ti pago.

ti faccio un tatuaggio lungo a schiena, a te e alle tue amiche e amici tossidipendenti?
ti pago.
ti compro.

acquisto acqua del mar morto ormai quasi morto e prosciugato?
la pago.
la ottengo.
mi presti i tuoi denti marci in modo da mostrare la decadenza orrifica del corpo?
te li pago.

così fa 'sto genio di Santiago Serra.
Mea Culpa, al PAC di Milano, è una mostra molto interessante.
l'opera di questo artista ha molto da dire.
io sono uscita molto pensierosa.
e ho girato tra le sue installazioni molto intrigata.
in una sala, in alto, sulle scale, lontana dagli sguardi immediati, decine di casse aperte contengono merda d'uomo, essicata e ormai trasformata, trattata, agglutinata, inodore, inerte.
ma merda umana è.
l'impatto è fortissimo, il disgusto violento, il pensiero di chi l'ha raccolta (si tratta di Manual Scavengers, la casta indiana di coloro che puliscono le latrine) è sconcertante.

l'impulso è stato di girare i tacchi e andarmene, ma mi sono detta che era il caso di stare.
mi girava la testa e ho provato un'umiliazione scorticante.
una devastazione interna.
mi sono sentita una merda come la merda che guardavo.
certo, poi passa.
mi dimentico della merda e cerco di nuovo la bellezza.
cosa ci posso fare?
mea culpa.
almeno ne scrivo e me ne ricordo, ora.
e lo scrivo a chi legge.
bisogna andare e camminare tra la merda, un'idea, suppure transitoria e di lusso tutto sommato, della merda del mondo.









gli aspetti sono molteplici, gli sguardi diversificati. 
quello dominante o che più mi ha coinvolto è quello sulla compravendita dei corpi, sulla mercificazione, sulla decomposione, sulla violazione che ha un costo, sempre trattabile.
uomini su una riva si fanno seppellire sotto la sabbia.
scompaiono.
veterani di guerra sono faccia al muro.
punizione o vergogna?
la scritta Kapitalism viene sottoposta a lenta distruzione.
maiali  divorano la S, le leggi della gobalizzazione sono spietate.
SUMISION, sottomissione, campeggia enorme nella zona desertica di Anapra, a confine tra USA e Messico.
lo sappiamo, i muri segregano.

miserie umane.
nessuna retorica, nessun rimpianto, nessuna rivendicazione.
solo molta miseria umana.


Il PAC Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano presenta MEA CULPA, la prima grande antologica in Italia dedicata all'artista concettuale Santiago Sierra. Nato nel 1966 a Madrid, da quasi trent'anni il suo lavoro si muove sul terreno impervio della critica alle condizioni sociopolitiche della contemporaneità. Messaggero della cupa verità del nostro tempo, Sierra è spesso stigmatizzato per le sue performance intense ed ambigue. Eppure il loro linguaggio visivo, il simbolismo complesso ed energico, il loro essere calate nella realtà delle persone conferisce loro un raro impatto emozionale. Sierra ha esposto in prestigiosi musei ed istituzioni nel mondo e nel 2003 ha rappresentato la Spagna alla 50a Biennale di Venezia. La mostra al PAC riunisce per la prima volta le opere politiche più iconiche e rappresentative dell'artista, dagli anni Novanta a oggi, e la documentazione di sue numerose performance realizzate in tutto il mondo, insieme a nuove produzioni e riattivazioni di installazioni e azioni passate.

leggere



Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita, e questo comporta notevoli rischi.

Michel Houellebecq

martedì 2 maggio 2017

leggere

La prima cosa che la lettura insegna è come stare da soli.

Jonathan Franzen

domenica 30 aprile 2017

nelle ossa temporali

Ho un alloggio di fortuna:
il mio corpo.
Ieri sera non sapevo dove sistemarmi:
lo stomaco bruciava,
gli occhi erano spine,
la lingua amara,
nelle ossa
temporali.
Bisogna prendere casa nel mondo,
dare confidenze a un muro,
alla curva di una strada.
Così quando moriamo
muore il corpo
e noi siamo immortali
perché siamo in un rovo,
nella tasca di un cappotto,
nella gamba di un tavolo.

Franco Arminio
Cedi la strada agli alberi

è un vero piacere copiare a mano una poesia,
su questo foglio
parola dopo parola.
imparerò anche io, prometto.

venerdì 28 aprile 2017

Io non sono un inizio e non sono una fine. Sono un anello di catena

pensi che sia solo una questione di omini e disegnini ma non è così!!
proprio non è così.
ah come ti sbagli.
è una visione del mondo, una sua interpretazione, una trasfigurazione in un personalissimo modo, con un personalissimo sguardo.
che bello vedere il mondo con un occhio così speciale.
pensavo a un mondo pop e via, invece è un mondo colto e così sia.
Keith Haring è un uomo informato, erudito, conoscitore della cultura classica e umanistica con un paio di occhiali speciali sugli occhi.
entrare nel suo mondo è una scoperta, e la mostra di Palazzo Reale aiuta, facilita, valorizza.
durante la visita si viaggia sulle montagne russe, si passa dai suoi ominidi-marchio di fabbrica a tutte le sue possibili applicazioni nell'arte figurativa, si impara a conoscere il suo mondo simbolico e sue esperienze di studio, di condivisione, di sballo psichedelico, di imitazione dei grandi pittori, da Marc Chagall a Pablo Picasso, da Andy  Warhol a Paul Klee, da Albrecht Dürer a Pollock.
“Mi conforta il pensiero che stavano perseguendo la stessa ricerca. In un certo senso non sono solo… come essi non lo erano, perché nessuno nella comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo”.
scopro che frequentava Madonna (che a sua volta frequentava Jean-Michel Basquiat) e condividevano l'attrazione per la cultura latina sud americana, "neri e ispanici apprezzano la sua arte così come a mia musica" dice Madonna, si ispirava a opere classiche e le rivisitava, vedeva i dipinti su San sebastiano e li reinterpretava, si faceva rapire da Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch e, stupefatto, lo ricomponeva a modo suo.


Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare. Dipingere è ancora sostanzialmente la stessa identica cosa che fu nella preistoria. Riunisce l'uomo e il mondo. Vive nella magia.
intriso di cultura pop e controcultura, di esoterisno e street art, di frequentazioni omosessuali e droghe hard, ricomponeva il mondo in un gesto artistico apparentemente semplice ma fortemente radicato nella cultura antica e totalmente proiettato nel futuro. si esprimeva come un uomo del suo tempo, protestava contro le macchine e la pietrificazione dell'umanità, si perdeva dietro il godimento sfrenato e immediato di sesso e stupefacenti ma immaginava una ristrutturazione universale attraverso l'arte, anche la sua ma non solo, attraverso lo sguardo dell'infanzia, attraverso una catena di significanti che arrivavano fino a lui, al suo reale artistico.






Io non sono un inizio e non sono una fine. Sono un anello di catena.
e nella sua arte, dipinti e sculture, si ritrovano  frammenti di arte tribale e di cultura etnografica che interagiscono con un immaginario gotico e con l’universo del fumetto, sperimenta l’impiego di software che gli permettono di creare immagini al computer, disegna murales con il gesso, produce magliette e spillette, si dedica alla performing art.

in mostra il curatore lo ha anche accostato a una colonna traiana, in una narrazione continua, progressiva, crescente.

Penso di essere nato artista; penso di avere la responsabilità di riuscirci.
è un uomo arte.
è un uomo attraversato dall'arte.
come l'uomo che danza infilzato nella pancia da un altro uomo che danza.

è una catena, non è un uomo solo, è molti uomini, è l'arte per tutti, è tutti noi.
Dipingerò quanto potrò, per quante persone potrò, per quanto a lungò potrò.

Nasce in Pennsylvania nel 1958.
l'Aids gli venne diagnosticato nel 1987.
ipotizzando un "senza fine" nell’arte cercò di affrontare la malattia lavorando senza sosta, per lasciare aperti discorsi che altri potranno portare avanti. 
arriva Unfinished Painting, simbolo della mostra. 
"Qui Haring", ha spiegato il curatore della mostra Gianni Mercurio "dipinge solo un quarto dell’opera, l’angolo in alto a sinistra, di cui delinea nettamente il limite nei bordi della tela e simula le sgocciolature di colore verso il basso, evocando così le dinamiche dell’Action Painting. Il senso di sospensione dato all’opera dal non finito apre così alla narrazione: di ciò che è accaduto, di ciò che non accadrà, del divenire negato. Fu grazie a questa visione del mondo che a ventotto anni fronteggiò lo shock dovuto alla consapevolezza di avere contratto il virus dell’AIDS. Lavorò instancabilmente fino agli ultimi giorni di vita".