bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 22 settembre 2017

solo la bellezza è divina e insieme visibile

Poiché la bellezza, o mio Fedro, solo la bellezza è insieme amabile ed evidente: essa è – notalo bene – l’unica forma dell’incorporeo che i nostri sensi riescono ad accogliere e a sopportare. Altrimenti, che avverrebbe di noi se la divinità stessa, la ragione cioè e la virtù e la verità, ci apparissero in modo sensibile? Non periremmo, non bruceremmo d’amore, come già Semele di fronte a Zeus? La bellezza è dunque, per l’animo senziente, la via che conduce allo spirito: la via soltanto, null’altro che un mezzo, mio piccolo Fedro… E poi disse la cosa più sottile, lo scaltro corteggiatore: disse cioè che l’amante è più divino dell’amato, poiché il dio è nel primo, non nel secondo; forse il pensiero più dolce e più irridente che mai sia stato pensato, traboccante di tutta la malizia, dell’arcana voluttà del desiderio.

è un libro sulla decadenza, forse per questo Luchino Visconti lo ha agguantato e diretto in un film.
è un libro sulla bellezza, ma con le sue crepe, con gli odori di fogna, con le rughe, con i belletti, i ringiovanimenti e, alla fine di tutto, la morte.
quanti riferimenti al dominio imperante dell'illusione dell'immortalità che ha invaso la mente di uomini e donne, gli uni che arrancano dietro a donne di 20 o 30 anni più giovani, le altre che si annientano dietro a maschere di plastica oscene, si ritrovano nei pensieri crepuscolari di Aschenbach.
è un libro di apparizioni, continue, insistenti, l'immagine e lo sguardo sono un filo conduttore di tutta la narrazione. Tadzio appare e quell'apparizione, ripetuta e sofferta, è l'inizio della curva discendente, l'inizio di un ripensamento su uno stile di vita dedicato al dovere che, improvvisamente, vira verso il piacere dei sensi, in un moto inarrestabile, incontenibile, incontrollabile, al limite della morale, insaziabile e, invitabimente, fatale. 

Era la familiare via della laguna, quella che passa davanti a San Marco e percorre il Canal Grande. Sul sedile semicircolare di prua, Aschenbach se ne stava col braccio appoggiato al parapetto, facendosi schermo della mano agli occhi. Oltrepassati i giardini pubblici, si schiuse ancora e sparì la grazia principesca della Piazzetta; poi cominciò la grande sfilata dei palazzi, e allo svolto dell’arteria d’acqua apparve la mirabile campata marmorea di Rialto. Egli guardava col cuore infranto; e respirava a lunghe boccate, piene di doloroso dolcezza, l’atmosfera della città, quel lieve sentire putrido di mare e di palude: quello stesso da cui aveva voluto fuggire tanto in fretta… Come, come mai gli era stato possibile non sapere, non pensare fino a qual punto tutto ciò facesse parte del suo cuore? Quello che al mattino era stato un mezzo rimpianto, un’ombra di dubbio circa l’opportunità del suo passo, ora si tramutava in affanno, in reale sofferenza, in un’angoscia dell’anima così forte da riempirgli più volte gli occhi di lagrime: un’angoscia che – si ripeteva – egli non avrebbe mai preveduta. Ché, evidentemente, in fondo a quell’amarezza si annidava il pensiero, a tratti addirittura lancinante, che non gli sarebbe stato più concesso di rivedere Venezia, che quello era un addio per sempre. Per la seconda volta era apparso certo come la città gli riuscisse esiziale, per la seconda volta s’era visto costretto ad abbandonarla a precipizio; necessariamente d’ora in poi sarebbe stata per lui una dimora impossibile ed esclusa, un soggiorno superiore alle sue forze; e sconsigliato da parte sua il ritentarlo. Sì, questo egli sentiva: se partiva ora, il pudore e l’orgoglio gli avrebbero per sempre interdetto il ritorno all’amata città, al cui contatto per ben due volte il suo fisico aveva ceduto; e quel cimento fra le aspirazioni dello spirito e le possibilità della carne assumeva di colpo, agli occhi del senescente, tale importanza e gravità, la sconfitta fisica gli appariva così obbrobriosa, così ad ogni costo deprecando, che non riusciva a perdonarsi l’inconsulto fatalismo con cui, il giorno prima, si era risolto a subirla e ad ammetterla senza dare strenua battaglia. Via via che il vaporetto s’avvicinava alla meta, dolore e smarrimento sempre più sconvolgono il suo animo turbato. 
...
e così si verificò lo strano caso: venti minuti dopo essere arrivato alla stazione, il pellegrino si trovò sul Canal Grande, in via di ritorno verso il Lido. Bizzarra avventura, inverosimile e umiliante, grottesca e fantastica insieme: aver preso definitivo e desolato congedo da un luogo, e poi, per un capriccio, per un risucchio del destino, tornare a vederlo entro il giro di un’ora! Spumeggiando a prua, bordeggiando agile e arguto tr gondole e vaporetti, il piccolo scafo puntava veloce alla sua meta con un unico passggero a bordo, che sotto una maschera di indispettita rassegnazione si sentiva trepidante e baldanzoso al pari di un monello scappato di casa. Ancora, di quando in quando, gli si muoveva dentro un riso al pensiero di quel disguido: più propizio di così, egli si diceva, nessun beniamino della sorte poteva uagurarselo! Avrebbe dovuto dare spiegazioni, affrontare visi sbalorditi; be’, dopo di che – si disse – ogni cosa tornerà a posto, sarà evitata una disgrazia, rimediato un grave errore; e tutto ciò che aveva creduto di lasciarsi addietro gli si sarebbe di nuovo dischiuso; tutto sarebbe stato, finché gli piacesse, ancora suo… Del resto, lo illudeva la veloce corsa, o davvero, per colmo di gioia, finalmente il vento soffiava dal mare? Le onde battevano sulle pareti di cemento dello stretto canale che attraversa l’isola fino all’Hôtel Excelsior. Una corriera automobile era lì ad attendere il reduce e lo portò, lungo il mare increspato, in linea retta all’Hôtel des Bains. Giù per la scalinata gli venne incontro il piccolo direttore baffuto dalla finanziera a coda di rondine. Con sommesse, suadenti parole deplorò l’accaduto, che definì spiacevolissimo per lui personalmente e per la direzione; si disse tuttavia convinto che Aschenbach aveva fatto bene a decidere di tornare lì per aspettare il baule. Purtroppo la sua camera era stata già occupata, ma ve n’era subito un’altra, ugualmente buona. «Pas de chance, monsieur» gli disse sorridendo il ragazzino svizzero dell’ascensore, mentre la cabina saliva. Ed ecco il fuggiasco di bel nuovo acquartierato in una camera pressoché identica, per posizione e arredo, alla precedente. Dispose nella stanza il contenuto della sua valigetta e popi, affranto, stordito da quella mattinata turbinosa e singolare, sedette in una poltrona presso la finestra aperta. Il mare, adesso, era di una tinta verde pallida, l’aria pareva più fine e più 28 pura, più colorite le cabine e le imbarcazioni sulla spiaggia, benché il cielo rimanesse grigio. le mani congiunte in grembo, Aschenbach guardava fuori, contento di essere di nuovo lì, corrucciato e scotendo il capo al pensiero dei suoi tentennamenti, di come conosceva male i suoi desideri. Così se ne stette seduto una buona ora, in pace, seguendo vuote fantasticherie. Verso mezzogiorno scorse Tadzio: aveva il suo vestito a righe col fiocco rosso. Di ritorno dal bagno, attraversava la barriera della spiaggia e, seguendo la passerella, rientrò nell’albergo. Aschenbach di lassù lo riconobbe subito, ancor prima che l’occhio ne percepisse esattamente l’immagine, e si provò a qualcosa come: “Oh Tadzio, ecco, rivedo anche te!”. Ma nello stesso istante sentì quel fiacco saluto crollare e ammutire di fronte alla realtà del suo cuore; sentì che gli fremeva il sangue, che l’anima sua gioiva e dolorava, e comprese che solo per Tadzio aveva tanto sofferto, partendo.

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